La sala si chiamava Saint-Lambert, ho cambiato due metropolitane e sono atterrata, con dentro alla mia mano una più piccola, in rue Peclet, nel 15esimo.
Sosta per rifornimento in negozietto insperato di caramelle spaventose: lei delle uova di gomma gusto citrone selvaggio ed io cilindrini di liquirizia farciti di verde e rosa.
Il cinema era piccolo, le file serrate. Ho ripiegato le mie gambe in sette parti uguali ed ho cercato di assumere la posizione 77, quella degli arti scomodi, ma non troppo.
Poi è iniziato Pirates des Caraibes, le coffre maudit, in un doppiaggio in francese serrato. Ho avuto un’assenza cerebrale di sei minuti che mi ha fatto non capire più niente per le due ore successive. Bello, però. Un ritmo incalzante, con gli occhi neri di Jack e tutti quei pirati ricoperti di molluschi, granchi nella schiena e stelle marine, occhi strappati da corvi neri neri e mia figlia che tuffava la sua faccia sotto il mio braccio.
Ogni tanto, essendo la seconda volta che lo vedeva, la prima insieme a me, mi chiedeva se avessi capito.
E che diamine! Il cuore dell’Olandese Volante che era innamorato duro, ma sofferente era dentro uno scrigno. La chiave stava nascosta sotto la sua faccia da polpo, ma Osvaldo Brum (Orlando Bloom, mamma!), coraggioso gliela toglie, ma il Commodoro non vuole e Jack Sparrow bacia lei con la lingua, che però doveva sposare Osvaldo.
La morale della giornata è questa: vedere gli occhi vaporosi di un essere alto un metro e trenta, guardare i pirati innamorati e tutto che finisce bene, mi mette di buonissimo umore.
Viva la vita e le bandiere coi teschi.
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