Se dotta, abbandonata?
No, rispose Dotto, il suo nano preferito, leccandole l’ombelico che era il centro del suo mondo.
Sei una favola, le disse con impeto, perdendo il cappello posato sulle 23 circa.
Lei rispose di essere quasi alla fine, ma di non potergli promettere di vivere felici e contenti o almeno sereni ed allegri.
Poi enumerò i suoi difetti con imprevista precipitosità:
ho la dote, ma non son ricca.
Ho paura delle mele, delle scale a chiocciola, delle radici quadre, delle radici amare, degli iguana in vetrina che ricambiano il mio sguardo, dei lucchetti a combinazione, della villeggiatura e di tutte le feste da santificare.
Parlo per versi e verso per parlare. Ma non mi ubriaco mai, giuro.
Sono sobria e composta come una panchina all'alba.
(il naso le si allungò, ma forse per invidia delle altrui pene)
Il nano si mise a singhiozzare, pregandola di non cambiare sempre idea che questo lo disorientava.
Dotto si sentiva infatti spesso perduto.
Ma non poteva permetterselo perchè sarebbe stata un’altra storia.
Lei pure cominciò a piangere lentamente, intiepidendo le guance di sale verticale.
Il nano alzò il capo ed aprì la bocca per berle il dispiacere.
Lei si sciolse il fiocco rosso e facendo ondeggiare la chioma, quasi fosse un no al rallentatore, aggiunse, tirando su col naso.:
Io non voglio sapere niente e niente prevedere,
Ho scomodato molti re, ma mi sono sposata sei volte e sempre con nani sbagliati.
Poi annusò forte un anemone e il polline tutta l’attraversò.
Il nano si commosse pensando al figlio che non avrebbe mai avuto gli occhi suoi d’orzo e si accontentò di un imminente mazzo di fiori turchesi. Lei gli accarezzò i capelli e si dichiarò così:
Ti amo perchè sai guardare
e raccogliere
e versare.
Lui non rispose, ma prese una scala reale e la baciò senza barare.
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