Tornando a casa, l’altroieri, ho svoltato a destra in Rue des Archives ed ho imboccato rue Pastourelle.
O meglio, mi sono fatta imboccare da questa via, che nutre di cose il mio sguardo.
Ci sono edifici solidi e piegati dal tempo, finestre alte e giardini segreti.
Poi ho incontrato due scarpe da uomo, forse un 44, abbandonate così come furono gli ultimi loro passi.
Mi sono fermata a guardarle.
Non è mai l’esito di un abbandono a commuovermi, piuttosto l’atto compiuto e la fine di un cammino.
Ora, mi chiedevo, chi le avesse lasciate lì e perché.
La Fretta e la Furia avevano guidato un paio di piedi nudi senza parco, una corsa pazza, una stizza, una ripicca?
Quei mocassini bianchi avevano avuto una vita breve ed un proprietario che avrebbe forse voluto trovarsi a Portofino con una maglia bianca a righe blu ed una pipetta odorosa di tabacco aromatico.
E invece si trovava a Paris.
Ora le sue scarpe immobili stanno lì, con quell’aria triste da fine crociera.
Voglio dar loro una chance.
Lei lo amava fortemente, lui anche.
Si sono posseduti contro il 12 di rue Pastourelle con un’innegabile potenza e fluida arrendevolezza, senza esitazione.
Poi lei, lisciandosi il vestito sulle cosce, guarda in basso e cosa vede?
Che lui calza dei mocassini da panfilo!
Oh, pensa, rimangiandosi l’orgasmo, io non avrei mai voluto godere in questo modo con un uomo che porta delle bianche calzature!
L’uomo la guarda e, con un dito leggero, le toglie una ciocca umida dalla fronte e capisce al volo.
Le campane rintoccano la dodicesima ora e lui diventa improvvisamente lacero e confuso.
Fugge nella notte e, per dimostrarle che le favole si possono cambiare, perde ben due scarpette.
Così, su due piedi.














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