Il ristorante turco si chiamava Cappadoce e a mezzogiorno e mezza in punto ho stretto la mano a un cameriere con le sopracciglia folte e nere come quelle di Mangiafuoco.
Vorrei parlare italiano, quando il tempo è ventoso mi si sparpagliano in testa le parole francesi.
La grigliata mista non è male, dice Juliette. Credo a Juliette e credo nella grigliata mista.
Arriva un piatto ovale con svariati pezzi di carne accerchiati da una lattughina agonizzante ed un risotto speziato molto giallo.
Trafiggo, scosto, ascolto, mastico.
Sorrido.
Mentre traduco simultaneamente cerco di capire con la mia lingua cosa ho sotto i molari. Agnello non è, montone nemmeno, manzo non se ne parla, pollo non sembra. Fegato di qualcosa. Ha una consistenza misteriosa, né molle, né duro, né cotto, né crudo. Salato, non molto, dolce, nemmeno.
Assumo l’espressione spavalda ed atterrita di chi è posseduto da un boccone ostile. E’ il cibo che mi sta masticando, non viceversa. Non traduco più, chiudo i battenti alla comprensione. Bevo acqua, bevo. Ingoio.
Guardo nel piatto: vicino ad un cipollone deceduto mi sta osservando, muto per sempre, il fratello del boccone oramai morto e sepolto nella mia pancia. E’ simile, molto simile al parente trapassato.
Assai tondo, una specie di piccola patata viscida color sangue. Una palla, non perfettamente sferica. Prima erano due.
Realizzo che ho appena mangiato un coglione.
Poco male, sempre meglio che viverci.








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